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più in voga di questi tempi rinuncia alle chiavi del
paradiso pur di non privarsi del suo amatissimo Breil. E lei -
Ambrosia, intendiamo - ride di gusto quando glielo facciamo presente,
e dice pure che quello spot non l'ha mai visto (anche se alcuni amici
le assicurano che è proprio bello), e aggiunge che i signori della
Breil, almeno finora, si sono ben guardati dall'omaggiarla di un
orologio, foss'anche il più piccolo, sintetico e "cheap".
"Ma questa è la vita", ribatte sorridendo un'altra volta,
"e a volte il caso ci conduce lungo sentieri che mai avremmo
potuto immaginare, neppure facendo ricorso alla fantasia più
sfrenata. E quello di cui stiamo animatamente discutendo ora, è
proprio uno di quei casi".
Proprio
così. Se infatti la nostra Ambrosia adesso è qui, e la sera di
martedì 12 dicembre ha tenuto un affollato concerto ai Magazzini
Generali, e il suo cidì d'esordio è già disco d'oro in Italia e
chissà di quale altro materiale pregiato in giro per il mondo, è
proprio perché la canzone in questione - "Goodnight moon" -
ha fatto un gran botto lungo le sterminate vie dell'etere, televisive
e radiofoniche che siano. E ha trascinato con sé l'intero album da
cui è tratta - "I oughtta give you a shot in the head for making
me live in this dump", e non si ricorda a memoria d'uomo un
titolo altrettanto lungo arrampicarsi fino ai piani più alti delle
Hit Parade del globo terracqueo - e, ovviamente, anche la band autrice
di tanta impresa, gli Shivaree: formati dalla stessa Ambrosia alla
voce (più un po' di chitarra e di rumori vari), da Duke McVinnie alla
chitarra e al basso (più molti svariati rumori e un pochino di
canto), da Danny McGough alle tastiere (e a tantissimi altri rumori
marginali).
Ma
i suoi due compagni d'avventura non sono qui a intrattenere la stampa,
in questa luminosa mattina milanese di dicembre. C'è soltanto lei a
reggere il moccolo, a sorridere in continuazione con una bonomia
davvero più unica che rara, a dichiararsi "non molto soddisfatta
del concerto di ieri sera" (e ne ha ben ragione, considerati
l'acustica pessima del luogo e gli schiamazzi ininterrotti di un
pubblico che definire incivile sarebbe un gentile eufemismo). E
dunque, dopo un ultimo scambio di sorrisi a 24 carati, eccoci
finalmente pronti al solito gioco delle domande e risposte.
Ambrosia
è un nome alquanto particolare, miss Parsley. Si chiama proprio così
o trattasi di uno pseudonimo particolarmente azzeccato?
"Io
sono americana di California, e quando sono nata, nel 1971, le mie
lande erano popolate da tantissimi freak, hippie, figli dei fiori di
ogni tipo e qualità. Il nome Ambrosia arriva da questo
"humus" qui, e vi devo confessare in tutta sincerità -
magari a costo di deludervi - che le strade di Los Angeles e San
Francisco sono piene zeppe di Ambrosie!".
Sempre
in tema di nomi: da dove arriva Shivaree, il nome della sua band?
"Ah,
questa è una tipica espressione del gergo dei cow-boy, che viene
generalmente usata nei party di addio al celibato. Mi piace
molto".
E
il titolo del disco? Da dove viene il titolo?
"Dall'episodio
di una comedy televisiva molto in voga negli anni Sessanta (sbotta in
una gran risata), ambientata in una fattoria del West Virginia.
Succede che una mucca mangi per sbaglio una radio, e quando i
proprietari della bestia la portano dal veterinario per operarla alla
pancia... ecco che dalla radio esce una melodia che dice: "I
oughtta give you a shot in the head for making me live in this
dump". Fantastico, no?".
Certo
che sì. E come mai nelle note di presentazione del disco compaiono, a
sorpresa, anche artisti stravaganti e devianti come Captain Beefheart
e Sun Ra?
"Beh...
Captain Beefheart era l'ossessione giovanile di un mio carissimo
amico, e quindi l'ho messo per rendergli onore. Quanto a Sun Ra, quel
paio di volte che l'ho ascoltato mi ha fatto piangere per l'enorme
commozione. Sono una gran sentimentale, lo confesso!".
Ma
lo sa che Sun Ra sosteneva di arrivare da Saturno? Pensa di essere
saturniana anche lei?
"No,
giuro che non lo sapevo (ride di gusto). Ma io non penso di essere
originaria di Saturno... semmai di Venere!".
E
le sue canzoni? Qual è il "valore aggiunto" che più
apprezza, nelle sue canzoni?
"Il
sense of humour", e giù un'altra gran risata!
Come
si vede, non è davvero una gran parlatrice, la nostra deliziosa
Ambrosia Parsley. O meglio, parla molto, ma i concetti che esprime si
possono sintetizzare in pochissime righe: forse perché ogni parola
termina in un sorriso, e le risate che seguono - accattivanti,
innocenti, gorgoglianti - portano via da sole una buona metà del
tempo a disposizione. Non è una critica questa, anzi è l'esatto
contrario: perché non c'è nulla di meglio che iniziare una giornata
lavorativa al cospetto di una persona sorridente. Se poi la persona in
questione ha anche la voce di Ambrosia - indolente come un plenilunio,
sensuale come una cena in riva al mare: ascoltare il disco in
questione per verificare di persona - molto meglio ancora. See you
later, miss Parsley. E grazie di esistere!
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