|
Idir, chi era costui? - verrebbe quasi voglia di chiedere, parafrasando la nota domanda manzoniana. Che in questo caso, al contrario del Carneade evocato da Don Abbondio, è invece alquanto
malposta. Idir, infatti, è uno di quegli, |
|
algerini svegli, colti e
tosti - tipo
Hector Zazou, per intenderci - che hanno la straordinaria capacità di fondere fra loro Nord e Sud, Oriente e Occidente: del pianeta, s'intende. Tant'è vero che, di sè e della sua opera, il multistrumentista di Aït Lahcêne
(Cabilia) fornisce le seguenti, condivisibilissime, affermazioni: "In questo album io, appartenente a una piccola minoranza culturale, mi sento in perfetta armonia con la cultura universale". Ha ragione da vendere, il Nostro. Perché, in questo caleidoscopio sonoro zeppo di colori e di squisita
cantabilità, Idir è riuscito a mettere insieme, per una serie di duetti uno più accattivante dell'altro, gente come il franco-galiziano (ma autentico cittadino del mondo)
Manu Chao e l'irlandese Dan Ar
Braz, l'ugandese Geoffrey Oryema (già universalmente conosciuto per un paio di strepitose pubblicazioni per la Real World di
Peter Gabriel) e gli incandescenti algerini di Parigi dell'Orchestre National de
Barbès. Che forniscono un sigillo degno del loro vigore a questa interessantissima produzione
multi-etnica. |