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Un po’ perché
vivonoin
campagna, dalle parti di Udine, e dunque alquanto decentrati rispetto
alla tradizionale geopolitica dei media: soprattutto quelli più
curiosi e più istituzionalmente portati al chiacchiericcio. E un po’
perché, vita privata a parte, anche le loro collaborazioni musicali
sono costruite in modo da non lasciare spazio alcuno a quelle
scorciatoie maliziose che rappresentano il sale delle cronache d’oggidì:
sempre più portate al "gossip" più becero e fine a se
stesso, anche quando l’oggetto d’attenzione dovrebbe essere l’arte.
Guardate
per esempio il modo in cui è congegnato il loro ultimo lavoro a
quattro mani: "God is my dj", appena edito dalla Warner
Fonit. Sono 15 temi che spaziano liberissimamente da Gavin Bryars -
qui presente con l’indimenticabile salmodia "Jesus blood never
failed me yet", da lui raccolta nel 1973, a Londra, per la
precisione a Hyde Park, dalla viva voce di un clochard ancora brillo
per le libagioni della notte precedente - fino a un Anonimo dell’undicesimo
secolo, ovviamente transitando per i mondi sonori di Franco Battiato e
di Veljo Tormis, di Florian Fricke (dei Popol Vuh) e perfino di David
Crosby: per dare vita a un "microcosmo sacrale" tanto
originale quanto profondamente intessuto delle loro personalità.
Proprio per questa ragione di questo interessantissimo disco conviene
parlare con entrambi. Anche perché quasi stavamo dimenticando di
avvertirvi che Carla Bissi altri non è che Alice: donna
fascinosissima e di una bellezza sempre più solare, ormai lontana
anni-luce da quella tenebrosissima "chanteuse" che trionfò
al Festival di Sanremo con "Per Elisa".
L'intervista
Domanda
d’obbligo: come nasce il progetto di "God is my dj"?
Francesco.
"Nasce da un lontano giorno di alcuni anni fa, quando accettai,
forse un po’ incautamente, l’incarico di inventare una specie di
colonna sonora da diffondere nelle sale di una grande e suggestiva
esposizione d’arte sacra: "Ori e tesori d’Europa", per
la precisione. Il compito non era dei più semplici, perché, innanzi
tutto, l’età delle opere esposte copriva un’estensione temporale
di un migliaio d’anni almeno, e, di conseguenza, il solo tentativo
di collezionare riferimenti precisi ed originali avrebbe portato a un
risultato alquanto disomogeneo. Non bastasse, ci trovavamo in un
museo, e non in una chiesa, e la sola idea di metter mano a una
qualche partitura sacra con un approccio eclettico e disinvolto, tanto
caro a certa New Age, mi metteva addosso un certo disgusto...".
E
dunque?
Francesco.
"E dunque non mi restava altro da fare che mettere insieme tutto
quello che avevo per casa, trovando piano piano un criterio di scelta:
forse poco ortodosso, ma alquanto funzionale. Fu così che epoche e
stili finirono di tormentarmi, e "sacro" e "non
sacro" cominciarono a scompaginare i confini ben tangibili e
visibili che fino a quel momento li avevano tenuti separati. Fu così
che, imprevedibilmente, precipitarono dentro un unico calderone
Taverner e i Popol Vuh, Tormis e Pärt, Ligeti e Peter Gabriel,
Messiaen e Terje Rypdal... A tutti questi signori, avrei voluto
chiedere perdono in anticipo per i "misfatti" commessi a
loro totale insaputa, ma non ne ebbi materialmente il tempo. Perché
le cose andarono benissimo fin dal primo istante, tanto che i
visitatori della mostra erano tutti fermamente convinti di aver
ascoltato ESCLUSIVAMENTE musica sacra. Cosa evidentemente non vera,
anche se indubitabilmente deve esistere un minimo comun denominatore
fra un canto gregoriano, un coro estone che canta la storia di un
topolino e una folk-song bulgara. E proprio per questo mi piace
definire "God is my dj" alla stregua di "una ricerca
del sacro nella musica". Qualunque essa sia e a qualunque epoca
appartenga".
D’accordo.
Ma quale potrebbe essere, allora, questo misteriosissimo "minimo
comun denominatore"?
Carla.
"Molto semplicemente, è il rapporto di confidenza che ogni
essere umano - ogni musicista, in questo caso - riesce a intrattenere
con l’evoluzione della sua anima. Nel mio caso specifico, tutte le
quindici tracce dell’album possiedono un’inspiegabile capacità di
alimentare la mia spiritualità. E’ un po’ come se aprissero una
via di comunicazione verso un qualcosa che mi trascende, al punto che
quando canto mi sento più un "canale" che una protagonista.
E questo è davvero fantastico!".
Però,
nonostante tutto, tu continui a rimanere, essenzialmente, una cantante
pop. Come riesci a far coesistere dentro di te queste due anime così
diverse?
Alice.
"E’ un po’ faticoso, non ho alcun problema da
ammetterlo.Perché, da una parte, il pop mi consente di esprimere una
parte di me che continuo a considerare alquanto importante, ma, dall’altra,
mi obbliga a rispettare regole e velocità di lavorazione che
cominciano a starmi un po’ strette, e che quindi mi rendono un po’
nervosa. Non rinnego nulla, sia ben chiaro: perché, nel corso di
tutti questi anni, la musica di consumo mi ha dato molto, e io ho dato
molto a lei. Ma è indubitabile che se, ora come ora, potessi dedicare
più tempo e più spazio a ricerche tipo "God is my dj",
oppure al progetto "Art et decoration" realizzato qualche
anno fa con l’Orchestra Sinfonica Arturo Toscanini, mi sentirei
infinitamente più a mio agio. Ma forse è solo questione di tempo. E
di pazienza, soprattutto...".
Un’ultima
domanda, prima di chiudere. "God is my dj" è un aforisma
che sta diventando molto popolare fra il popolo delle discoteche: tant’è
vero che, prima di voi, l’aveva usato perfino Jenny McCarthy nel
corso della penultima edizione degli Mtv Awards.E dunque... chi ha il
copyright di questa magnifica formuletta?
Francesco.
"Molto semplice anche questo. Il copyright, come lo chiami tu,
risale ad almeno otto secoli fa, e lo detiene il mistico e poeta sufi
Mevlana Jalalu’ddin Rumi. Che, come narra la storia, un giorno,
colmo di gioia, per strada non potè resistere al desiderio di
danzare, ruotando su se stesso al suono degli strumenti di lavoro
degli artigiani del luogo. Per lui, quella era musica autenticamente
divina, che lo condusse in un attimo all’Illuminazione. I Dervisci
Mevlevi raccolsero la grandezza di quei passi, e cominciarono a
diffonderli in giro per il mondo: io, più modestamente, mi accontento
di aver riportato quell’immagine dentro il titolo di un cidì.Per il
momento mi basta...".
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