Per
il raggiungimento degli obiettivi di Kyoto, l’Italia è impegnata a
ridurre le proprie emissioni al 2002 di circa 25 milioni di tonnellate di
CO2 ed al 2008/2012 di oltre 100 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti.
Gli
andamenti mostrano come invece nel 1998 le emissioni nette di gas
climalteranti in Italia siano ancora cresciute del 2,4% rispetto al 1997 e
del 5,4% rispetto al 1990, l’anno di riferimento del Protocollo di Kyoto.
Tale
tendenza è dovuta principalmente all’aumento delle emissioni prodotte
dalle centrali termoelettriche e dalle raffinerie, e dal settore dei
trasporti. Nel primo caso l’incremento, stimato per il periodo tra il
1990 e il 1998 in circa il 10%, è stato determinato dagli scarsi
rendimenti di almeno il 25% del parco termoelettrico (tra il 30% e il 35%,
contro uno standard medio delle migliori tecnologie compreso tra il 45% e
il 55%), dalla persistente utilizzazione di carbone e olio combustibile
con tecnologie di combustione a bassa efficienza, nonché dalla mancata
adozione di misure per la maggiore efficienza degli impianti. Nel caso dei
trasporti l’incremento del 15 % è dovuto, in particolare, all’aumento
dei consumi di gasolio (+12%) e di benzina (+30%), dati che indicano le
distorsioni e l’inefficienza del sistema dei trasporti.
Il
Governo ha avviato nel corso degli ultimi anni una significativa serie di
azioni finalizzate a contrastare ed invertire tali tendenze.
Alla
fine del 1998 il CIPE ha approvato le linee guida per le politiche e le
misure nazionali di riduzione delle emissioni dei gas serra. Sei le azioni
nazionali:
aumento
di efficienza del parco termoelettrico
riduzione
dei consumi energetici nel settore dei trasporti
produzione
di energia da fonti rinnovabili
riduzione
dei consumi energetici nei settori industriale, abitativo, e del terziario
riduzione
delle emissioni nei settori "non energetici", quali agricoltura,
zootecnia, produzioni chimiche, smaltimento rifiuti
assorbimento
di carbonio dalle superfici boschive e dalle foreste.
La
completa realizzazione di queste azioni comporterà investimenti
complessivi per circa 100 mila miliardi entro il 2012, ai quali
corrisponderà una riduzione dei consumi energetici con un risparmio di
oltre 80 mila miliardi.
Nel
corso del 2000 si è conclusa l’elaborazione del nuovo Piano Generale
dei Trasporti e della Logistica che segna un passo importante verso l’integrazione
dei criteri ambientali nelle politiche di settore. Il PGT sarà in grado
di mobilitare 190mila miliardi in dieci anni. Risorse sufficienti per
migliorare l’efficienza ambientale, oltre che economica e funzionale del
sistema, tutte necessarie per lo sviluppo.
Il
Piano è un documento di grande significato strategico che coinvolge,
secondo il principio di sussidiarietà, tutti i livelli di governo e che
è stato sottoposto ad una prima valutazione ambientale. L’insieme delle
proposte organizzative, fiscali, tariffarie, oltre che infrastrutturali,
anche con il riequilibrio fra i modi di trasporto, potrebbero portare ad
una inversione della tendenza al peggioramento ambientale fin qui
osservato, garantendo una riduzione delle emissioni di CO2 nel
2010 ai livelli del 1990.
Nuove
fonti energetiche
Di
analogo rilievo è stato l’impegno sul versante delle fonti energetiche.
Pur
essendo l’intensità energetica del nostro Paese tra le più basse dell’area
OCSE, esistono ancora notevoli margini per migliorare l’uso dell’energia.
Nel
sistema di produzione dell’energia elettrica è peraltro in atto, a
seguito del processo di liberalizzazione del mercato e del conseguente
rinnovamento, la sostituzione di una consistente quota degli impianti
esistenti con nuove centrali a ciclo combinato alimentate a gas, con
rendimenti elevatissimi. Tale processo potrà essere sorretto, nelle
regioni del Mezzogiorno, dalla destinazione di 600 miliardi della
legge488/92 ad interventi di risanamento e ammodernamento con finalità
ambientali del settore energetico ed industriale.
Va
comunque segnalato che il numero di nuove centrali per le quali è stato
avviato il previsto iter per il rilascio delle autorizzazioni, appare
largamente in eccesso rispetto alle reali necessità.
Per
quanto riguarda, in particolare, il settore delle fonti energetiche
rinnovabili, con la approvazione da parte del CIPE del Libro Bianco sulle
fonti rinnovabili, è stato assunto l’obiettivo del raddoppio entro il
2010 della quota di energia pulita prodotta attualmente, pari al 6%.
Un
importante strumento per raggiungere questo obbiettivo è dato dal decreto
interministeriale che ha definito l’obbligo di realizzare una quota pari
al 2% della produzione termoelettrica con fonti energetiche rinnovabili
nel 2002 con impianti entrati in funzione dopo il 1° aprile 1999,
accelerando la realizzazione di nuovi impianti, in particolare eolici.
Si
è inoltre pensato alle tecnologie più innovative.
In
questo ambito è stata avviata, con un impegno di 60 miliardi, la prima
tranche del programma "50.000 tetti solari", per l’inserimento
di moduli fotovoltaici per la produzione di energia elettrica in edifici
nuovi o esistenti. La potenza complessiva del programma corrisponde a 150
megawatt, per un investimento stimabile in 2.000 miliardi. Il programma
attiverà una occupazione mediamente di 1.500 persone per 6 anni e
potrebbe creare le basi per la realizzazione di nuovi impianti di
produzione di celle fotovoltaiche nel nostro Paese.
Fino
ad oggi questo programma, per quanto molto interessante considerato il
contributo pubblico all’investimento pari al 70%, non era però
decollato per una serie di ostacoli di carattere normativo e fiscale.
Oggi, la decisione di queste ore dell’Autority per l’Energia, che ha
introdotto lo scambio alla pari in termini di costo fra l’energia
elettrica fotovoltaica immessa in rete e quella consumata, rendendo ancora
più evidente la convenienza per gli utenti finali, ne assicura le
condizioni per il successo.
Nella
Finanziaria 2001 sono stati inoltre stanziati 200 miliardi di lire, che
serviranno a cofinanziare la realizzazione di centrali solari per una
potenza di 100 MW, con un’azione che porterà l’Italia all’avanguardia
in Europa, e con un concreto e forte sostegno al progetto del Premio Nobel
Carlo Rubbia, che lo ha messo in campo e presentato, nella sua qualità di
Presidente dell’ENEA.
Un
altro ambito sul quale si è concentrata negli ultimi anni l’azione del
Governo, che verrà ulteriormente sviluppato, è stato quello della
promozione di biocarburanti e biocombustibili.
La
produzione di biodiesel potrà incrementarsi fino a 300.000 tonnellate per
anno negli anni 2002/2004, mentre nel corso del 2001 partirà la
produzione di bioetanolo con un investimento pubblico iniziale di 30
miliardi di lire.
L’altra
fonte pulita e rinnovabile su cui impostare il futuro energetico è l’energia
eolica. Sono molte le aree con un andamento dei venti proficuamente
sfruttabile per la produzione di elettricità. La realizzazione di
aeromotori sempre più efficienti ha notevolmente ridotto l’occupazione
di territorio per unità di energia elettrica prodotta da parte di queste
installazioni.
Ma
il vettore energetico che rivoluzionerà il nostro futuro è l’idrogeno.
Un combustibile pulito, l’unico prodotto dalla sua combustione è vapore
acqueo, che si presta facilmente ad essere convertito in elettricità
attraverso cellule a combustibile.
L’idrogeno
può essere prodotto da qualsiasi altra forma primaria di energia, ma il
suo utilizzo su vasta scala necessita ancora di investimenti nella ricerca
e nella sperimentazione.
Suolo
e sottosuolo
L’Italia
è un Paese sensibile per la sua natura geolitologica, la sua
conformazione morfologica e le condizioni climatiche, ai fenomeni di
dissesto idrogeologico, di erosione ed esondazione.
Questa
vulnerabilità è stata esaltata dalla pressione antropica, dagli
insediamenti e dalle infrastrutture viarie, da pratiche colturali, dall’abbandono
della manutenzione, dall’irregimentazione dei corpi idrici.
Il
rischio naturale legato alle catastrofi idrogeologiche è in Italia tra i
problemi più rilevanti, sia per i danni prodotti sia per il numero di
vittime.
Per
le sole due alluvioni del 1993 e del 1994 verificatesi nel bacino padano
occidentale, il costo sostenuto dalla finanza pubblica per la
ricostruzione e la ripresa delle attività produttive è stato, ad
esempio, di 9.016 miliardi (compresi gli oneri per gli interessi sui
mutui). Negli ultimi 100 anni, il numero di vittime stimate è pari a
oltre 43.000 persone.
La
maggiore percentuale di comuni a rischio si riscontra in Umbria,
Basilicata e Molise (oltre l’85% dei comuni), mentre il maggior numero
di comuni si trova in Lombardia e Piemonte.
Crescente
preoccupazione desta anche la perdita di sostanza organica, spesso causa e
contemporaneamente conseguenza di processi di erosione, generalmente
associata agli effetti di pratiche agricole intensive, soprattutto se
accompagnate dalla concomitante scomparsa dell’attività zootecnica.
Questo
insieme di fenomeni determina una forte esposizione dell’Italia a
processi di desertificazione, ormai evidenti in molte aree.
E’
stata avviata una complessiva opera di riorganizzazione e
razionalizzazione del sistema dei controlli sul territorio, finalizzato
alla prevenzione degli episodi alluvionali di cui anche recentemente il
nostro Paese è stato testimone.
La
linea di intervento adottata è stata quella di affiancare il percorso
ordinario di applicazione della legge n. 183/89, con un intervento a
carattere straordinario in grado di individuare e risolvere i problemi che
possono interessare più da vicino e in tempi brevi situazioni di rischio
già note o facilmente individuabili.
La
prima fase di attuazione del decreto legge n. 180/98 ha consentito di
raggiungere risultati indubbiamente positivi, seppur non risolutivi, in
grado di migliorare il livello di protezione della popolazione nei
confronti del rischio idrogeologico.
E’
stato dato avvio a 732 interventi urgenti per la riduzione del rischio
idrogeologico in aree a rischio molto elevato. Con un investimento
complessivo di oltre 900 miliardi che consentiranno di mettere in
sicurezza 350.000 persone.
Sono
stati individuati, inoltre, gli interventi necessari per la rimozione del
rischio in altri 267 comuni, che saranno avviati non appena saranno
disponibili le ulteriori risorse necessarie, pari a circa 2.600 miliardi.
Ma
le misure d’emergenza così introdotte hanno dato un significativo
impulso anche all’attuazione del complesso sistema programmatico
previsto dalla legge n.183/89.
Entro
il prossimo mese di aprile saranno finalmente disponibili per tutti i
bacini idrografici i Piani di assetto idrogeologico che individueranno in
modo chiaro e organico tutte le aree a rischio e, soprattutto, le opere da
realizzare per garantire la sicurezza delle popolazioni e delle
infrastutture.
Abbiamo,
anche in questo caso, dovuto cercare di recuperare ritardi decennali e
impostato finalmente una politica di intervento ragionato e programmato.
Per il solo bacino del Po gli investimenti saranno di oltre 25.000
miliardi. Cifre enormi che sono la conseguenza di quello che non si è
fatto in passato. Ecco dunque la vera svolta: una manutenzione sistematica
del territorio.
E’
appena il caso di ribadire, peraltro, che in questo settore l’unificazione
delle competenze in materia di difesa del suolo nel nuovo Ministero dell’Ambiente
e del Territorio sarà fondamentale per una gestione efficace e coordinata
delle funzioni di protezione dal rischio idrogeologico e di programmazione
integrata del territorio.
Altrettanto
rilevanti le azioni avviate per la bonifica dei siti inquinati.
In
Italia sono presenti più di undicimila aree inquinate, il cui costo di
risanamento è valutabile in diverse decine di migliaia di miliardi.
Il
dato è di difficile composizione, e potrebbe essere fortemente
sottostimato, in quanto non tiene conto degli effetti dell’inquinamento
della falda sottostante, dei corsi d’acqua superficiali e dei tratti di
mare, ma sufficiente a dare un’idea dei costi sociali che la
collettività dovrà sopportare a causa del degrado prodotto.
L’attuazione
della disciplina della bonifica dei siti inquinati ha registrato nel corso
dell’ultimo anno una significativa accelerazione.
E’
stato stipulato un Accordo di programma con l’ACNA di Cengio che, dopo
anni di contenzioso, ha consentito di superare definitivamente i problemi
connessi allo smaltimento di 300.000 reflui salini, avviando un progetto
di recupero ambientale e produttivo del sito.
Un
altro importante risultato è stato raggiunto con la stipula dell’atto
integrativo dell’Accordo per la chimica di Porto Marghera-Venezia, che
ha razionalizzato e semplificato l’iter istruttorio dei progetti di
bonifica ed ha individuato le modalità per definire in un contesto
unitario i contenuti delle scelte strategiche di intervento relative ai
diversi aspetti industriali, occupazionali, ambientali e sanitari.
Un
impulso determinante sarà poi garantito dal Programma nazionale di
bonifica e ripristino ambientale dei siti inquinati. Il programma è
finalmente pronto ed in questi giorni è stato avviato il formale iter di
approvazione.
Il
patrimonio naturale
Grande
attenzione nella ricognizione dello stato dell’ambiente in Italia è
dedicata alle condizioni del patrimonio naturale che fa del nostro Paese
un riconosciuto unicum a livello mondiale.
Lo
stato del pur ricco patrimonio faunistico nazionale, stimato in oltre
57.000 specie, di cui poco meno di 1.300 vertebrati, non è ancora
conosciuto, infatti, in maniera adeguata.
In
questo ambito, i risultati delle ultime indagini condotte presentano un
quadro decisamente preoccupante, in cui numerose specie di fauna selvatica
appaiono vittime di un grave declino a causa di fenomeni insidiosi e
pervasivi come la riduzione, la frammentazione e il degrado degli habitat,
per effetto della pressione antropica. Circa il 68% delle specie della
nostra fauna di vertebrati risulta inserita nelle cosiddette "liste
rosse" ed il 50% di esse è caratterizzato da un decremento della
popolazione.
Altrettanto
problematica, ma di difficile valutazione sotto il profilo dell’evoluzione,
è anche la condizione del patrimonio vegetale, caratterizzata da una
consistente presenza di specie ormai a rischio di estinzione e da una
significativa incidenza dei danni (defoliazione) connessi all’inquinamento
atmosferico.
Rimangono
rilevanti i fenomeni di danneggiamento del patrimonio forestale imputabili
agli incendi, tutti di origine dolosa, che in soli sei anni (1994-99)
hanno raggiunto l’incredibile cifra di 56.000 episodi e hanno
inte-ressato 580.000 ettari di territorio, dei quali 264.000 boscati.
Vincoli
e protezioni formali interessano ormai una parte rilevante del territorio.
Per il solo effetto della legge 1497 del 1939 e della Galasso (431/85),
circa il 47% del territorio (con una ulteriore crescita sull’anno
precedente) risulta sottoposto a vincolo paesaggistico. Fondamentale in
questo ambito di tutela è l’azione svolta dai parchi nazionali e
regionali e dalle riserve marine.
Il
sistema nazionale di aree protette è oggi il più importante, sia dal
punto di vista qualitativo che quantitativo, nel continente europeo ed uno
dei più significativi a livello internazionale.
In
pochi anni l’Italia è passata dai 5 storici e gloriosi parchi nazionali
(Gran Paradiso, d’Abruzzo, Stelvio, Circeo, Calabria) ai 20 attuali ai
quali si aggiungono: 142 riserve naturali statali, 89 parchi naturali
regionali, 197 riserve naturali regionali, 106 altre aree protette di
diversa classificazione e denominazione per arrivare infine alle 16
riserve marine statali che sono una delle realtà più significative degli
ultimi anni. L’ultima, "Secche di Tor Paterno", è posta a
cinque miglia a largo della tenuta di Castelporziano, signor Presidente
della Repubblica.
Restano
ovviamente altri territori da proteggere. Quattro parchi nazionali già
programmati a cui dare funzionalità al più presto. Il parco del
Gennargentu che per adesso, in una situazione, che va assolutamente
superata, di forte conflitto con le popolazioni locali, è rimasto del
tutto sulla carta.
Oggi
però oltre il 9% del territorio nazionale è tutelato da circa 600 aree
protette che interessano 2.600.000 ettari ai quali se ne aggiungono
238.000 di superficie marina, il che ci pone all’avanguardia in Europa.
Inoltre in collaborazione con le regioni sono state identificate, in
attuazione delle direttive comunitarie finalizzate alla realizzazione
della rete Natura 2000, ben 2.425 siti di importanza comunitaria (SIC) e
267 zone di protezione speciale (ZPS).
In
definitiva si può dire che ben il 18-20% di territorio nazionale è oggi
interessato da politiche di tutela attiva.
Nella
programmazione dei fondi strutturali 2000-2006 la rete ecologica nazionale
è stata individuata quale progetto strategico di riferimento per la
valorizzazione delle risorse naturali, ambientali e culturali da
realizzarsi attraverso progetti di sistema riferiti al Mezzogiorno, alle
Alpi, all’Appennino, alle coste e alle isole minori.
Sono
evidenti le grandi opportunità che così si offrono, grazie ai parchi e
alle politiche loro connesse, innanzitutto per la tutela dell’ecosistema
e la biodiversità, e poi per lo sviluppo di intere aree che sono rimaste
ai margini dei processi di sviluppo economico.
La
stessa crescita del turismo, che in passato ha determinato trasformazioni
irreversibili del paesaggio, può essere favorita da tali politiche ed
essere ragione di sviluppo e di recupero dei beni storici, artistici e
naturali.
Ma
l’azione del Governo in materia di protezione e valorizzazione del
patrimonio naturale è stata caratterizzata anche da interventi di
emergenza, volti a contrastare i più rilevanti fenomeni di depauperamento
e sfruttamento selvaggio del territorio verificatisi nel corso degli
ultimi decenni.
A
tale proposito, è appena il caso di ricordare come l’abusivismo
edilizio, eccezionale piaga italiana, pur in riduzione, grazie all’azione
di contrasto esercitata e all’avvio di azioni di demolizione, incida
ancora per circa il 15% del costruito, con una particolare incidenza nelle
regioni meridionali.
Va
dato atto al Ministero dei Lavori Pubblici di avere in questi anni svolto
un’azione efficace, anche con la presentazione del progetto di legge
sull’abusivismo edilizio nell’autunno del 1999. Un progetto di legge
che, se approvato, permetterebbe di superare diverse farraginosità nel
mettere in esecuzione l’attività di demolizione nei casi previsti dalla
legge, e che, comunque, chiuderebbe definitivamente con l’epoca davvero
poco commendevole delle sanatorie.
Ho
avuto modo in questi mesi di sottolineare con forza che l’abusivismo
edilizio è un reato grave. Grave perché distrugge spesso in modo
irreversibile il patrimonio culturale e ambientale. Grave perché mantiene
un’inaccettabile situazione di illegalità. Grave perché si regge sul
lavoro nero, un mercato parallelo illegale, una concorrenza sleale verso
il mondo dell’impresa che rispetta le regole, paga le tasse e i
contributi.
Stento
a capire come si possa mantenere verso questo fenomeno atteggiamenti anche
solo larvatamente comprensivi o permissivi.
So
bene che la casa è un diritto primario, e so bene che questo diritto
primario è ancora qualche volta nel nostro Paese limitato e negato. Ma
questo non giustifica in alcuna maniera comportamenti fuori dalla legge.
L’abusivismo
edilizio è soprattutto frutto della speculazione più violenta, e quando
aggredisce le nostre coste, riguarda tutto meno che il bisogno della prima
casa.
Spero
quindi che prima della fine della legislatura il Parlamento approvi la
proposta di legge.
A
giorni presenterò in Consiglio dei Ministri di concerto con il Ministro
per i beni e le attività culturali, il disegno di legge per l’abbattimento
dei cosiddetti "ecomostri". Per la prima volta viene ipotizzata
un’opera di restauro generale di quelle parti del territorio che oggi
sembrano irrimediabilmente pregiudicate.
Del
resto questa questione è parte di un disegno complessivo, della
necessità di un grande piano di restauro del territorio nazionale.
In
Italia si è costruito in questi anni troppo e male.
Il
saldo complessivo fra metri cubi e qualità del costruito deve tornare ad
essere positivo. Penso ad una grande operazione di rottamazione e di
ricostruzione.
Tra
le iniziative di maggiore interesse avviate nel corso degli ultimi mesi,
per la protezione delle risorse naturali, deve infine essere segnalato l’impegno
nel fronteggiare l’emergenza incendi. A tal fine sono stati predisposti
programmi finalizzati alla prevenzione nei parchi nazionali.
Le
acque
Sebbene
nel corso degli ultimi anni si sia registrata una progressiva riduzione
dei carichi inquinanti riversati nelle acque interne, tale circostanza si
riflette ancora solo parzialmente in un miglioramento della qualità dei
corpi idrici.
La
prima applicazione disponibile del nuovo indicatore SECA (Stato Ecologico
dei Corsi d’Acqua) previsto dal decreto legislativo n. 152/99, mostra
che la qualità delle acque è pessima o scadente nel 37% delle 177
stazioni su cui esso è stato applicato, mentre solo nel 26% è
classificabile come buona o elevata.
Nei
principali bacini idrografici , con la sola eccezione dell’Adige, i dati
disponibili rivelano la presenza di consistenti tratti con gravi
compromissioni, in particolare a valle delle grandi città (con o senza
depuratore).
Il
tasso di eutrofizzazione nei grandi laghi prealpini si mantiene al di
sopra di una soglia di accettabilità e in alcuni casi è addirittura
crescente.
Migliora
complessivamente la qualità delle acque marine, sotto il profilo della
contaminazione biologica. Nel 1999 lungo il 5,6% delle coste non era
consentita la balneazione per ragioni di inquinamento (era il 6,1% nel
1998).
La
qualità delle acque sotterranee presenta ancora significativi problemi di
inquinamento dovuti sia a fonti puntuali, sia a fonti diffuse dipendenti
dall’intrusione salina, sia a perdite dalle reti fognarie e dal settore
agrozootecnico. Le principali forme di inquinamento sono di natura
microbiologica, da nitrati, metalli, solventi.
Molti,
critici e crescenti sono i fenomeni di intrusione salina (oltre 70 casi
segnalati, distribuiti su tutto il territorio) particolarmente accentuata
sulla costa tirrenica, nella porzione marginale della Pianura Padana, nel
Salento, negli Iblei e nella Piana di Palermo.
Il
sistema di depurazione mostra segni di miglioramento, ma all’interno di
un quadro tuttora preoccupante. Sulla base dei dati disponibili, si può
valutare che circa 1/3 del carico inquinante non sia oggi trattato o
adeguatamente depurato.
Non
soddisfacenti permangono le condizioni del sistema di approvvigionamento
idropotabile e di distribuzione.
Nonostante
la riduzione dei consumi (soprattutto agricoli e industriali), la
soddisfazione dei fabbisogni idrici resta ancora critica e importanti
quote di territorio sono ancora connotate, più o meno episodicamente, da
fenomeni di scarsità idrica: il 12% della popolazione a livello nazionale
soffre di discontinuità nell’erogazione, ma la percentuale sale al 24%
nelle isole e a circa il 18% nelle regioni meridionali. Contemporaneamente
il sistema di distribuzione presenta con grande frequenza elevati livelli
di perdite, anche superiori al 30% dei prelievi.
La
risposta del Governo si è caratterizzata, in primo luogo, per il
superamento della parcellizzazione normativa esistente mediante la riforma
introdotta dal decreto legislativo n. 152/99, con il quale è stato
introdotto un approccio integrato alla tutela delle risorse idriche
superficiali e sotterranee.
Ma
numerose e di grande rilievo sono state anche le concrete iniziative
operative attivate al fine di dare una risposta immediata ed efficace alle
più gravi situazioni di crisi, anche attraverso il ricorso allo strumento
dell’ordinanza di emergenza socio-economico-ambientale.
Da
questo punto di vista è appena il caso di ricordare l’eccezionale
sforzo finanziario e progettuale posto in essere con la approvazione del
Piano straordinario per la depurazione e il collettamento, previsto dalla
legge 135/97, che prevede circa 1.471 interventi per un importo
complessivo di oltre 13.000 miliardi, 544 dei quali sono stati sino ad
oggi già finanziati (per un totale di 3.856 miliardi di lire).
L’obiettivo
"qualitativo" perseguito in materia di depurazione è quello di
assicurare acque depurate "riutilizzabili" nel settore agricolo
e nell’industria. Ciò significa rendere disponibile per l’uso
potabile risorsa pregiata, oggi utilizzata da tali comparti per usi meno
nobili (l’obiettivo a breve è di rendere disponibile 1 miliardo di
metri cubi di acqua depurata da destinare al riutilizzo).
Da
ultimo va sottolineato che con i disposti dell’art.141, comma 4, della
legge 388/2000 si sono finalmente creati i presupposti operativi per l’adempimento
nel territorio nazionale degli obblighi comunitari in materia di fognatura
collettamento e depurazione.
I
trasporti marittimi
Il
problema dei trasporti marittimi di sostanze pericolose, in particolare
nei nostri mari, mantiene una rilevanza assoluta sul piano del rischio
ambientale. Basti un dato per dare la dimensione del fenomeno: il
Mediterraneo, solo l’0,8 % delle acque del pianeta, vede transitare
oltre 250 petroliere ogni giorno e il 25 % degli idrocarburi del mondo.
Il
Governo ha avviato una forte e concreta iniziativa per affrontare la
sicurezza dei trasporti, la cui attualità ed urgenza è testimoniata dall’ulteriore
dramma causato dalle "carrette del mare" nelle Galapagos.
Dal
maggio 1999 l’Italia dispone di una flotta di 71 unità, gestite dal
Ministero dell’Ambiente, particolarmente specializzate e dislocate lungo
l’intero perimetro costiero nazionale, per la prevenzione e la lotta
agli inquinamenti del mare. A questi si affianca un Nucleo di esperti
delle Capitanerie di porto in grado di fornire supporto tecnico-operativo
qualificato, oltre a semplificare ed a velocizzare il rapporto con le
locali Capitanerie di porto dislocate lungo le coste.
Nell’ottobre
2000 è stata emessa una specifica direttiva vincolante per tutte le
Capitanerie di Porto con la quale si è disposto che tutte le navi che
trasportano sostanze pericolose vengano ispezionate all’ingresso nelle
acque territoriali nazionali, con particolare riguardo alle aree
sensibili, al fine di verificarne il pieno rispetto di tutti gli standard
di sicurezza stabiliti a livello internazionale per la prevenzione degli
inquinamenti del mare e bloccate ove occorra.
Successivamente
sono state indicate le aree meritevoli del massimo sforzo ispettivo : il
mare territoriale interessato dal Santuario dei Cetacei, le Bocche di
Bonifacio, l’area del mare territoriale compresa tra Oristano e
Villasimius, l’area del mare territoriale compresa fra Gela ed Augusta,
lo Stretto di Messina, il Canale di Otranto, il mare territoriale da
Venezia fino al confine con la Slovenia. Per i porti siti in tali aree
sono in via di definizione ulteriori misure per regolamentare l’accesso
delle navi che trasportanosostanze pericolose.
Recentemente
ho poi adottato una specifica direttiva per l’accesso alla Laguna di
Venezia, alla luce della particolarissima precarietà degli equilibri dell’ecosistema
lagunare, quotidianamente messi a rischio dagli intensi traffici marittimi
di sostanze pericolose. Si vieta l’accesso alla Laguna di Venezia alle
navi che trasportino sostanze pericolose non munite dei massimi requisiti
di sicurezza sul piano ambientale (ad es. doppio scafo o misure
equivalenti) e si rafforzano i controlli sulle altre.
In
queste ore giungono sollecitazioni sempre più pressanti, ormai altamente
giustificate, ad estendere quelle misure, anche per non compromettere le
aspettative economiche di singole realtà portuali rispetto ad altre.
È
un tema che non possiamo tardare a prendere in considerazione, anche se,
assieme al Ministero del Trasporti dobbiamo valutarne attentamente costi e
benefici.
A
tale proposito è stato infine dato forte impulso all’iniziativa nelle
sedi internazionali affinché il Nord Adriatico venga dichiarato a livello
IMO "Sensitive Area", con la conseguente apposizione di misure
per il traffico marittimo particolarmente selettive e garantistiche sul
piano ambientale, valide anche nelle acque internazionali e vigenti per
tutte le bandiere.
I
rifiuti
Le
innovazioni legislative e di sistema introdotte nel settore dei rifiuti
con il decreto legislativo n. 22 del 1997 (una vera e propria rivoluzione)
hanno consentito di avviare una nuova e più efficiente gestione integrata
dei rifiuti.
Tali
innovazioni hanno non solo consentito per la prima volta di ridurre in
maniera consistente la quantità di rifiuti urbani smaltiti in discarica
(-2,4% nel 1998 rispetto all’anno precedente), ma hanno anche
determinato un significativo incremento della raccolta differenziata che
superando nel 2000 la quota del 15%, è più che raddoppiata negli ultimi
quattro anni.
Grazie
a quest’ultimo risultato in particolare, si sono create le premesse per
la migliore strutturazione di un intero settore industriale, vale a dire
quello del riciclaggio dei materiali raccolti separatamente: il Consorzio
Nazionale Imballaggi – CONAI – nel corso del 2000 ha superato la quota
di 4 milioni di tonnellate di materiali riciclati così raccolti.
Oltre
a questi, numerosi altri sono i segnali positivi prodotti dalla nuova
normativa sui rifiuti. Basti pensare ad esempio che negli ultimi due anni
è definitivamente decollata la raccolta della frazione organica e verde
che ha ormai raggiunto livelli quantitativi simili a quella di materiali
"tradizionali" quali il vetro e la carta.
Naturalmente
permangono ancora forti criticità del sistema, prima tra tutti la
continua crescita della produzione dei rifiuti che, seppure a tassi
inferiori rispetto agli anni precedenti, segna un + 4% tra il 1995 e il
1998.
Rimane
inoltre una forte divaricazione tra le Regioni del nord e quelle
meridionali in particolare per quanto riguarda la raccolta differenziata,
che mentre nelle prime supera in molte realtà quota 30%, difficilmente
supera la quota del 5% in quelle meridionali. Tale cifra pur segnando un
progresso rispetto al passato è ancora assolutamente insufficiente.
Anche
in questo settore, nei casi di conclamato deficit strutturale si è dovuto
peraltro ricorrere allo strumento eccezionale delle ordinanze di emergenza
socio-sanitaria-ambientale, affidando all’azione di specifici commissari
ad acta il compito di attivare le linee di intervento necessarie per
garantire il raggiungimento degli obiettivi previsti dal decreto
legislativo n. 22/97.
Nonostante
i risultati indubbiamente positivi così ottenuti, sorge la necessità di
verificare con attenzione, caso per caso, la sussistenza dei presupposti
per continuare ad utilizzare tale strumento di emergenza.
È
appena il caso di sottolineare, a tale proposito, come lo sviluppo di un
sistema di gestione industriale dei rifiuti, quale quello che si va
costruendo finalmente, rappresenti la condizione essenziale per risolvere
il problema dello smaltimento illegale e dell’infiltrazione della
criminalità organizzata, che, nonostante i primi significativi successi,
si conferma ancora problema grave ed esteso a tutto il territorio
nazionale.
Le
Aree urbane
Uno
dei problemi che più rappresenta una forte criticità ambientale è
quello delle aree urbane.
Pur
nella loro diversità, gli "ecosistemi urbani", nei quali si
concentra la parte prevalente della popolazione, condividono tale
criticità, sia sotto il profilo del consumo di risorse, sia sotto quello
del rilascio di sostanze inquinanti e della qualità e disponibilità di
risorse ambientali.
Il
traffico rappresenta la principale fonte di pressione e di degrado
ambientale e territoriale nei centri urbani.
Gli
elevati tassi di motorizzazione determinano un forte impatto sia in
termini di congestione e difficoltà di circolazione (circolazione e
parcheggio nei grandi centri sono avvertiti come uno dei principali
fattori di disagio), che di occupazione del suolo (5.543 autovetture per
kmq a Napoli, 4.732 a Milano) e di inquinamento atmosferico e acustico.
In
proposito, è interessante rilevare che i milioni di passeggeri/chilometro
trasportati dai servizi pubblici urbani (autobus, tramvie, metropolitane)
hanno avuto una riduzione del 5%, contro un aumento di quasi il 25% di
quelli trasportati con autoveicoli privati nelle aree urbane e
metropolitane.
La
qualità dell’aria nelle aree urbane continua perciò a destare
preoccupazione, nonostante alcuni incoraggianti segnali di miglioramento.
Da questo punto di vista, la contrazione più importante, dovuta al cambio
e al miglioramento di qualità dei combustibili, riguarda le emissioni di
anidride solforosa, passate da 1.652.000 tonnellate del 1990 a 1.035.000
del 1997.
Il
monitoraggio della qualità dell’aria nei centri urbani rileva comunque
una diminuzione degli episodi di superamento dei limiti, soprattutto per
il monossido di carbonio, ma in molte città sono decisamente superati i
valori-limite della nuova direttiva europea per la media annuale di
biossido di azoto.
Una
particolare attenzione deve essere prestata all’inquinamento da
particolato fine (PM10), da idrocarburi policiclici aromatici e da
benzene, la cui significatività sotto il profilo cancerogeno è ormai
largamente accertata.
Il
rinnovo del parco auto, più intenso nelle città del centro-nord,
dovrebbe comunque determinare una ulteriore attenuazione dei livelli di
concentrazione, almeno per alcuni inquinanti.
Nelle
aree urbane resta a livelli inaccettabili l’inquinamento acustico.
Laddove esistono rilevazioni attendibili, emerge che la gran parte della
popolazione, talvolta persino la totalità, è esposta a livelli di
inquinamento acustico superiore alle soglie stabilite per le aree
residenziali.
Come
si è verificato nel corso delle giornate della campagna "città
senza auto" vi è una fortissima dipendenza dell’inquinamento
acustico (come di quello atmosferico) dalla circolazione automobilistica.
In
questo settore, il Governo, anche anticipando le direttive europee, ha
progressivamente regolamentato sia gli obiettivi di qualità dell’aria
compatibili con l’ambiente e con la salute dei cittadini, sia le misure
di prevenzione dell’inquinamento atmosferico da traffico urbano.
Attraverso
queste misure le città italiane sono state coinvolte in un generale
programma di riqualificazione ambientale che dovrebbe dare i primi
risultati già nel corso del 2001. A questo ha contribuito, in termini di
sensibilizzazione e responsabilizzazione della popolazione, l’iniziativa
delle Domeniche ecologiche.
Ma
poiché dopo la domenica viene il lunedì la nostra azione si è
concretizzata anche con interventi strutturali finalizzati alla mobilità
sostenibile attivando investimenti complessivi per oltre 100 miliardi.
Per
vincere questa sfida il Ministero dell’Ambiente ha messo in campo un
pacchetto coordinato di misure, che, accanto agli essenziali interventi di
potenziamento del trasporto pubblico, facilita la diffusione di veicoli
elettrici e a gas, di combustibili a basso impatto ambientale, inclusi
quelli di origine vegetale, realizza stazioni di ricarica per veicoli
elettrici e impianti di distribuzione del metano, promuove soluzioni
innovative di trasporto flessibile, come il car sharing e i taxi
collettivi, e incrementa il numero di piste ciclabili.
Altrettanto
essenziale in questo ambito appare, tuttavia, la promozione di strumenti
integrati ed innovativi di pianificazione territoriale come le Agende 21
per lo sviluppo sostenibile urbano, i nuovi strumenti di riqualificazione
urbana (contratti di quartiere, Prusst) e di contenimento delle emissioni
e dei fattori di pressione (piani urbani della mobilità, piani di
zonizzazione e risanamento acustico, piani energetici comunali).
La
salute e i nuovi rischi
Gli
effetti sanitari delle condizioni di inquinamento sono ormai evidenti,
anche se per la complessità delle relazioni tra condizioni ambientali e
salute umana le analisi scientifiche al riguardo sono spesso ancora
caratterizzate da margini di incertezza.
Gli
studi effettuati in Italia, in accordo con i risultati di altre indagini
condotte in Europa, mostrano una evidente associazione tra la
concentrazione giornaliera di polveri sospese (in particolare di PM10 e
PM2,5), ozono, NO2 ed SO2 ed incrementi nella mortalità e nei ricoveri
ospedalieri nello stesso giorno o nei giorni seguenti i valori di picco
per questi inquinanti.
Sulla
base di questi studi si può ritenere che, in Italia e in particolare
nelle aree urbane, ai fenomeni di inquinamento atmosferico sia
attribuibile una quota significativa delle concause di mortalità e una
quota anche più rilevante nell’insorgenza o nel peggioramento di
disturbi di tipo respiratorio e cardiovascolare.
Numerose
indagini epidemiologiche evidenziano che l’incidenza del cancro del
polmone in aree urbane è più alta che in aree rurali anche tenendo conto
del fattore fumo e dei fattori di rischio professionali.
Altri
fattori di rischio quali il radon e l’amianto continuano a destare
preoccupazione.
Negli
ultimi anni si è infine manifestato un crescente allarme legato all’inquinamento
elettromagnetico.
In
alcune aree la densità degli impianti determina livelli inaccettabili di
esposizione all’elettrosmog che, al di là delle perduranti incertezze
sugli effetti da esse prodotti sulla salute dell’uomo, impongono l’adozione
di un generale approccio cautelativo.
Con
decreto ministeriale n. 381/98 sono stati definiti i limiti di esposizione
ai campi elettromagnetici generati dagli impianti delle telecomunicazioni
e radiotelevisioni, al fine di tutelare i recettori sensibili da possibili
effetti a lungo termine.
Il
quadro normativo è comunque in fase di revisione e aggiornamento. Proprio
in questi giorni è stato approvato dall’Aula del Senato e trasmesso
alla Camera per il voto finale il disegno di legge quadro sull’elettrosmog.
Esso disciplinerà tutta la materia, attraverso la assunzione del
principio di cautela, da applicare in decreti attuativi attraverso la
definizione di nuovi e più bassi limiti di esposizione, con l’introduzione
di valori di attenzione e obiettivi di qualità, a tutela della
popolazione e dei lavoratori.
La
nuova legge si porrà quindi come un presidio normativo tra i più
avanzati in Europa, in grado di governare lo sviluppo tecnologico nel
rispetto prioritario dei valori della salute e dell’ambiente.
In
attesa dell’approvazione della nuova legge, il Ministero dell’ambiente,
attraverso il sistema ANPA-ARPA, ha incentivato le attività di censimento
e controllo dei livelli di inquinamento elettromagnetico presenti sul
territorio nazionale.
Di
particolare rilievo, in tale contesto, è stata l’attività di
censimento delle tratte di linee elettriche ad alta tensione ubicate in
prossimità degli spazi dedicati all’infanzia, che ha consentito di
stilare la prima mappa provvisoria dei siti sensibili relativi agli
impianti di elettrodotti tra 60 e 380 chilovolt.
Nei
giorni scorsi, il Governo ha approvato un decreto-legge con il quale si
introducono degli specifici dispositivi sanzionatori destinati a colpire
le violazioni ai limiti previsti dal decreto ministeriale n. 381/98, da
parte degli impianti radiotelevisivi.
Quello
che deve essere chiaro è che non possiamo limitarci solamente a fissare
limiti via via sempre più rigorosi. Dobbiamo dimostrare che quando questi
limiti vengono violati scattano immediati i provvedimenti sino alla
delocalizzazione o la dismissione dell’impianto.
Di
assoluta centralità per un’efficace garanzia della qualità ambientale
e della sicurezza individuale appare, peraltro, in questo campo il
potenziamento della ricerca scientifica e la promozione dell’innovazione
tecnologica finalizzata alla riduzione dell’impatto delle onde
elettromagnetiche.
A
tal proposito, è importante ricordare che la Finanziaria 2001 ha previsto
che una quota dei proventi derivanti dalla concessione delle licenze per
la telefonia mobile di ultima generazione (UMTS) sia destinata proprio
alla prevenzione e riduzione dell’inquinamento elettromagnetico con
particolare riferimento alla ricerca, alla realizzazione di un catasto
delle sorgenti fisse di campi elettromagnetici e ad incentivi per la
promozione di nuove tecnologie a basso impatto ambientale.
Per
quanto attiene alle altre forme di inquinamento numerosi sono stati gli
interventi normativi. I regolamenti e i decreti previsti dalla legge
quadro sul rumore (n. 447/1995) sono stati in gran parte emanati e i pochi
mancanti sono ad un avanzato grado di definizione e concertazione.
In
tale contesto sono state, in particolare, emanate disposizioni destinate a
ridurre l’inquinamento acustico prodotto dalle infrastrutture di
trasporto.
In
questi anni sono stati promossi numerosi interventi di risanamento, che
attualmente sono in corso di completamento. Ora occorre compiere uno
sforzo ulteriore e avviare una concreta azione di programmazione
pluriennale che riguardi l’intero territorio nazionale.
È
a tutti noto, infine, l’impegno assunto dal Governo italiano nelle sedi
europee per assicurare una efficace regolamentazione dell’immissione sul
mercato di prodotti ed ingredienti alimentari contenenti organismi
geneticamente modificati.
Vi
è un accordo sostanziale nell’Unione Europea sulla necessità che prima
dell’immissione nell’ambiente di un OGM siano attentamente valutati,
secondo criteri scientifici condivisi, tutti i possibili rischi per la
salute umana, gli ecosistemi e la biodiversità.
Al
momento, è possibile considerare come acquisite alcune posizioni
sicuramente soddisfacenti, come l’eliminazione entro il 2004 dei geni
marcatori di resistenza agli antibiotici negli OGM destinati al mercato ed
una più ampia informazione del pubblico e trasparenza nei processi
decisionali.
Restano
però invariate le preoccupazioni per la mancanza di una completa
soluzione della questione della "tracciabilità", che mai come
in questi giorni è oggetto di attenzione quale elemento chiave in tema di
sicurezza alimentare.
Anche
in questo settore, il Governo è stato impegnato, peraltro, in un’attenta
attività di monitoraggio e controllo della situazione esistente a livello
nazionale. Le verifiche ispettive effettuate dall’Agenzia Nazionale per
la protezione dell’Ambiente in collaborazione con il Nucleo Operativo
Ecologico dei Carabinieri hanno evidenziato, così, numerose – e talora
significative – irregolarità dovute al mancato rispetto di alcune
prescrizioni indicate nei provvedimenti di autorizzazione alla emissione
deliberata nell’ambiente, a scopo sperimentale, di piante geneticamente
modificate.
Tra
qualche giorno sarà disponibile il primo rapporto della Commissione
speciale che ho insediato che fornirà la propria valutazione sui rischi
ambientali connessi agli OGM.
Al
di là delle iniziative assunte sul cruciale tema degli OGM, il Governo è
stato impegnato nel corso degli ultimi anni in una più generale azione di
vigilanza e controllo in materia di sicurezza alimentare, contro i rischi
per l’ambiente e la salute umana derivanti da una esasperata politica di
sfruttamento delle risorse naturali.
A
tale proposito una corretta ed efficace politica in campo alimentare deve
far perno su una gestione integrata delle varie fasi della filiera
alimentare (dalla produzione al consumo), che consenta la
rintracciabilità delle singole fasi e l’individuazione tempestiva delle
eventuali responsabilità.
Di
assoluta rilevanza a tal fine, come hanno dimostrato le recenti vicende
relative alla diffusione della BSE, appaiono una razionalizzazione e un
potenziamento delle modalità di accertamento e valutazione scientifica
del rischio alimentare, di cui deve essere garantita una qualità elevata,
obiettiva, indipendente e trasparente.
All’iniziativa
per la tutela della sicurezza alimentare, si è accompagnato l’impegno
per la difesa dei prodotti tipici locali e la promozione di un’agricoltura
di qualità nelle aree naturali protette del nostro Paese.
A
tale proposito, è appena il caso di ricordare l’Atlante dei prodotti
tipici delle aree protette, finanziato dal Ministero dell’Ambiente e in
corso di realizzazione, nell’ambito delle iniziative di comunicazione e
divulgazione specificamente avviate per favorire la diffusione di una
informazione quanto più obiettiva e completa ai consumatori in materia di
prodotti alimentari.
Signor
Presidente della Repubblica,
Signor
Presidente della Camera, Autorità convenute,
Signore
e Signori
Credo
si possa affermare che la risposta alla domanda iniziale era del tutto
giustificata. A seguito degli sforzi attuali i segnali di miglioramento
sono evidenti, anche se non univoci.
I
risultati positivi più rilevanti riguardano la riduzione, in valori
assoluti, delle emissioni atmosferiche, in particolare per i composti
acidificanti, la riduzione dei rilasci di metalli pesanti, la riduzione
degli apporti di sostanze pesticide nei suoli agricoli.
Una
sostanziale stabilizzazione appare per la gran parte delle altre emissioni
atmosferiche, per i carichi ferti-lizzanti, per i rilasci di inquinanti
nelle acque interne e costiere. Ma in contrasto con questo andamento, si
re-gistra negli ultimi anni una crescita delle emissioni assolute di CO2,
e quindi del principale fattore di rischio per la stabilità del clima.
Una
nuova politica ambientale
Nell’affrontare
l’insieme dei compiti che abbiamo ancora davanti, l’accento va messo
innanzitutto sul tema dell’integrazione dell’ambiente nelle altre
politiche, obiettivo esplicito dell’Unione Europea, riconosciuto dal
Trattato di Amsterdam; la promozione di stili di vita più consapevoli e
parsimoniosi nell’uso delle risorse naturali, l’aumento dell’efficienza
globale nell’uso delle risorse.
Occorre
superare in modo sistematico la logica d’intervento "a fine
ciclo", rafforzando gli interventi più recenti, e orientarsi
decisamente verso politiche di prevenzione; ridurre gli sprechi, ovvero i
consumi di materiali ingiustificati e superflui, allungare la vita utile
dei beni in termini di quantità di servizi che essi forniscono entro il
ciclo di vita, promuovere la chiusura dei cicli materiali di
produzione-consumo, con il riutilizzo della materia incorporata nei
prodotti non più servibili e sviluppare i mercati delle produzioni
locali, con una riduzione della mobilità di beni materiali sul territorio
e la valorizzazione dei prodotti tipici e delle culture tradizionali.
Infine
occorre garantire la partecipazione di tutti gli attori sociali alla
determinazione degli obiettivi e degli impegni e alla corrispondente
condivisione delle responsabilità.
L’ampia
e articolata gamma di obiettivi di governo dell’ambiente, in gran parte
contenuti in impegni assunti dal nostro Paese in campo internazionale deve
essere associata alla strumentazione istituzionale, economica e
conoscitiva delle azioni necessarie al loro perseguimento a medio e lungo
termine.
Si
rende necessaria una revisione profonda sul fronte dei processi
amministrativi e di governo, non solo dell’ambiente, ma del sistema
economico-sociale, che oggi indirizzano gli apparati produttivi, i modelli
di consumo e i sistemi di ripartizione della ricchezza, secondo modalità
oramai insostenibili.
Nello
sforzo di promuovere e vedere realizzate le aspettative per un
miglioramento della performance ambientale del "sistema Italia",
il rafforzamento delle strutture pubbliche che operano per la
realizzazione delle politiche di sviluppo sostenibile è un obiettivo
primario.
Una
prima importante esperienza, condotta in sede di attuazione dei Fondi
Strutturali dell’Agenda 2000-2006, è quella del rafforzamento della
rete delle Autorità ambientali cui i Regolamenti comunitari assegnano la
responsabilità di assicurare la sostenibilità ambientale nell’utilizzo
di oltre 80.000 miliardi attivabili con le risorse comunitarie.
Il
reclutamento di 160 giovani laureati per sostenere l’attività delle
Autorità ambientali è stato uno straordinario successo di partecipazione
con 5.000 domande presentate, molte delle quali da studenti dei vicini da
Paesi europei, segnale evidente dell’interesse che i giovano hanno all’impegno
professionale connesso alla tutela ambientale.
L’approccio
di lungo periodo e l’individuazione di obiettivi e azioni di più
immediata attuazione devono ispirarsi a tre criteri di fondo: la
progressiva dematerializzazione del sistema economico, cioè delle
quantità di risorse naturali, rinnovabili e non rinnovabili, mobilizzate
per alimentare l’apparato produttivo e i modelli di consumo attuali; la
diminuzione dei rischi connessa a specifiche forme di inquinamento o
degrado ambientale e la partecipazione consapevole di tutti gli attori
coinvolti nella programmazione e nella attuazione dei processi in corso e
della stessa strategia sin dalla sua formazione.
Il
richiamo alla partecipazione consapevole non è una mera petizione di
principio a favore della democrazia e della condivisione dei meccanismi
che stanno alla base dell’innovazione e dello sviluppo.
Il
cammino verso uno sviluppo sostenibile, per essere possibile, richiede l’adesione,
anche sul piano delle scelte e dei comportamenti, di una pluralità sempre
più ampia di attori, imprese, istituzioni, consumatori, associazioni,
strutture esperte, attraverso cui si esprimono interessi diversi e spesso
conflittuali.
Occorre
ridisegnare le forme possibili della democrazia nell’epoca della
globalizzazione attraverso la partecipazione e consapevolezza di tutti i
cittadini, più di quanto abbiano fatto finora le complesse, sofisticate
(e contestate) soluzioni di ingegneria istituzionale avanzate nel corso
dell’ultimo decennio e, quindi, promuovere un sistema di convenienze che
garantisca continuità e solide fondamenta ai processi negoziali in cui si
concretizza la concertazione.
A
livello locale, le Agende 21 locali, avranno possibilità di successo
nella misura in cui gli enti sovraordinati e le autorità centrali si
sentiranno vincolate, nel destinare le proprie risorse agli enti locali,
alle scelte da questi definite nei piani d’azione per lo sviluppo
sostenibile, condivisi dai principali attori, in un comune patto per la
sostenibilità.
È
ormai un dato acquisito della cultura politica italiana la necessità dell’integrazione
delle politiche ambientali con quelle economiche e sociali nella direzione
della sostenibilità dello sviluppo. Questo assunto ha trovato da ultimo
un formale riconoscimento programmatico nella redazione del Documento di
Programmazione Economica e Finanziaria 2001-2004, che per la prima volta
affronta i problemi dello sviluppo economico e sociale del Paese in un’ottica
di sostenibilità ambientale.
Occorre
quindi che le diverse linee della politica ambientale siano ricondotte all’interno
di un unico disegno strategico di sostenibilità fortemente ancorato alla
realtà europea ed ai temi emergenti del sesto piano d’azione
comunitario, adottato in questi giorni dalla Commissione Europea.
Tale
disegno dovrà guardare oltre i concetti di protezione, oltre gli
strumenti di controllo e repressione, superare l’approccio emergenziale
che nel nostro Paese costituisce una vera piaga. Promuovere, nel rispetto
degli obblighi, politiche e atteggiamenti positivi da parte di tutti i
soggetti sociali e portatori di interessi, aiutando la diffusione della
consapevolezza del problema ambientale e la condivisione delle
responsabilità.
Quest’anno
per la prima volta nella Finanziaria è stato introdotto un fondo per lo
sviluppo sostenibile. Il fondo permetterà di incentivare, anche sulla
base del credito di imposta, comportamenti virtuosi nel campo dell’innovazione
di prodotto, dei rendimenti dei processi produttivi, del raggiungimento
degli obiettivi di tutela.
Purché
vi sia chiarezza e fermezza nel ruolo che ognuno deve svolgere, si può,
oltre che definire e far rispettare le regole, incentivare l’imprenditoria
più sensibile.
Anche
nel sistema industriale però permangono zone oscure e arretratezze.
Proprio in questi giorni un accertamento a campione, non ancora concluso,
sta riscontrando comportamenti inaccettabili. Per quanto mi riguarda, alla
conclusione di questa verifica, non mancherò di segnalarli affinché
siano presi provvedimenti anche molto severi. In nessun caso possiamo
permettere il ricatto occupazionale quando è in gioco la salute dell’ecosistema
e quella più particolare dei nostri concittadini.
Perché
lo sviluppo sostenibile diventi realtà occorre inoltre assicurare l’integrazione
delle preoccupazioni ambientali nella pratica corrente per la
predisposizione di politiche, piani e programmi settoriali, nonché per i
processi di formazione delle decisioni. Tale integrazione potrà essere
assicurata anche attraverso la piena introduzione della valutazione
ambientale strategica, sperimentata con successo nelle prime fasi della
Agenda 2000-2006, e nella elaborazione del Piano Generale dei Trasporti, e
una profonda revisione delle procedure prodromiche alle decisioni del CIPE
e della Conferenza Stato-Regioni ed unificata, con il pieno coinvolgimento
delle autorità ambientali, nazionali e regionali, che si occupano di
sostenibilità.
Tutto
ciò semplificherà e renderà più rapida ed efficace la valutazione di
impatto ambientale delle opere e dei progetti, oggi estesa ad una più
ampia tipologia di interventi, che manterrà, nell’ambito di un quadro
di riferimento con minori incertezze, un ruolo importante nella
mitigazione degli impatti territoriali e nell’integrazione delle
considerazioni ambientali nella progettazione di singoli interventi.
L’attività
del Ministero, che in questo campo è stata amplissima e crescente nel
tempo, ne trarrà indubbio vantaggio. Nel triennio 1997-2000 stati
formulati 184 pareri di compatibilità ambientale oltre all’esame di 14
centrali elettriche e 49 pozzi per la ricerca e coltivazione di
idrocarburi al fine di verificare la necessità o meno di sottoporli alla
procedura di VIA.
Le
procedure di VIA si sono risolte positivamente nell’80% dei casi e
negativamente solo nell’11% dei casi; il resto sono pareri
interlocutori, ovvero dichiarazioni di impossibilità di valutare le opere
allo stato della documentazione presentata. L’impegno per far fronte in
modo efficiente a questa mole di lavoro è stato molto forte: da una media
di circa 26 procedure/anno si è passati negli ultimi tre anni ad oltre 60
procedure/anno e si prospettano ulteriori aumenti.
Il
dato numerico non dà conto della complessità delle opere. Alcune,
famose, sono state oggetto di decreti negativi, come le dighe mobili di
Venezia. Altre non meno complesse si sono concluse con pareri positivi:
come la ricerca e coltivazione petrolifera in Val d’Agri, il porto di
Civitavecchia, quello di Genova e quello di Ravenna, le centrali per la
produzione di energia elettrica di Chivasso, di Servola, o di Milazzo;
molte strade ed autostrade, come la Salerno Reggio-Calabria, la Strada
Statale Ionica, la Tangenziale di Bologna, il Grande Raccordo Anulare di
Roma; molte dighe, come quella di Alaco, quella sul Melito o la diga di
Blufi; molte tratte di alta velocità, come la Milano-Bologna, la
Venezia-Padova, la Milano-Torino, e molte altre opere ancora di
grandissimo rilievo.
A
questo punto un accenno ad alcune delle questioni che più di altre hanno
avuto l’onore delle prime pagine dei giornali: mi riferisco al Mose,
alla variante di Valico, al ponte sullo Stretto. Ognuno di noi come
cittadino, con le sue convinzioni culturali ed ambientali, esprime sulla
fattibilità di queste opere la propria legittima opinione. Vi sono poi
coloro che si sono iscritti permanentemente alle diverse curve sud o nord
delle tifoserie più partigiane. In un Paese moderno le decisioni devono
essere prese, non sull’onda di spinte di diverso segno, ma sulla base di
un’accurata analisi costi/benefici. Ovviamente un’analisi che deve
mettere in campo valori talvolta assai diversi.
In
questo bilancio costi/benefici è fondamentale la valutazione di impatto
ambientale che riguarda precise disposizioni comunitarie e le regole che
tutelano il patrimonio culturale e paesaggistico.
Dimenticare
questo è francamente assai mortificante. Così come occorre chiarezza
delle procedure, con tempi possibilmente brevi, ma soprattutto certi.
Occorre
accelerare le tappe verso una riforma in senso ecologico del sistema
fiscale, già accennata con significative novità dalla Legge Finanziaria
per il 2001, con un progressivo spostamento delle basi imponibili dall’utilizzo
di lavoro, e in generale dalla produzione di valore aggiunto, all’utilizzo
di risorse naturali.
La
tassazione ecologica non dovrà innalzare il carico fiscale, ma
sostituirlo; e dovrà essere inoltre introdotta gradualmente per
consentire l’adeguamento delle tecnologie e dei modelli di consumo, che
sono entrambi processi a evoluzione lenta.
La
domanda dei consumatori e delle imprese è sempre più sensibile ai
prodotti e ai servizi di qualità ambientale superiore. Il nostro Paese,
che ha fatto delle qualità estetico-funzionali dei prodotti la chiave del
suo successo commerciale, stenta ancora a valutare la portata competitiva
della "qualità globale".
In
tale prospettiva possibili strumenti a sostegno della sostenibilità sono
i marchi di qualità e di origine, gli ecolabel, le etichette di
efficienza energetica, il green – purchasing (l’orientamento ecologico
degli acquisti pubblici e privati) che concorrono all’adozione di stili
di consumo più consapevoli. Si dovrà modificare il comportamento di
alcuni grandi consumatori, primo tra essi il settore pubblico che assorbe
prodotti e servizi per oltre il 15%, ma anche banche, università,
ospedali, ecc. introducendo elementi di carattere ambientale nel mercato
dei lavori pubblici e privati.
È
necessario accompagnare gradualmente agli strumenti tradizionali di misura
della ricchezza economica quali il Prodotto Interno Lordo (PIL) altri
strumenti capaci di rendere conto dei risultati ottenuti nella difesa
della qualità della vita e dell’ambiente e il guadagno o la perdita
degli stock di risorse naturali.
Infine,
l’ampiezza delle sfide della sostenibilità impone di rafforzare anche
nel nostro Paese l’impegno in favore della scienza per l’ambiente e lo
sviluppo sostenibile. Il nuovo Piano Nazionale per la Ricerca Scientifica
contiene elementi incoraggianti in questa direzione.
La
Relazione sullo stato dell’ambiente, cui queste Considerazioni si
accompagnano, offre la base informativa per una strategia possibile di
sostenibilità del Paese, di cui ho tratteggiato i possibili principi
ispiratori, ed offre il necessario supporto per la discussione che
accompagnerà il suo processo di adozione.
Spero
sia inoltre un contributo alla consapevolezza del Paese che, pur nel
registrare successi importanti dell’azione delle istituzioni nel corso
di questi ultimi anni nella lotta all’inquinamento e per una migliore
qualità della vita, molto resta ancora da fare e non potrà essere fatto
che con un profondo cambiamento delle attuali logiche di sviluppo, con
politiche nelle quali sempre di più la contabilità ambientale venga
assunta alla pari di quella più strettamente economica.
Del
resto l’aver voluto che l’incontro di oggi assumesse questa
importanza, che la presenza del Capo dello Stato rende ancora più
significativa, è la dimostrazione della volontà di aprire, in modo
ancora più convinto, la politica ambientale, le strategie di
sostenibilità all’attenzione dei protagonisti della vita delle
istituzioni, del mondo produttivo e sociale, affinché siano discusse e
diventino parte integrante delle politiche di sviluppo.
Questa
è la sfida. Una sfida che l’Italia, assieme agli altri partner dell’Unione
Europea, è in grado di affrontare e di vincere nella consapevolezza che,
mai come in questo momento, da ciò dipende il nostro futuro e quello
delle prossime generazioni.
Roma
31 Gennaio 2001
Willer
Bordon
Ministro dell'ambiente