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I flussi transcalari dell'ambiente costruito
Partendo da queste considerazioni generali abbiamo cominciato a fare diversi lavori su questo tema. Siamo partiti con una Master che è iniziato l’anno scorso in collaborazione con professori di diverse discipline: urbanisti, ecologi, ingegneri ecc.

Una delle attività del Master è l'analisi delle scale del]'ambiente costruito che più interessano. Come ho già accennato le scale alle quali si può analizzare l'ambiente vanno da quella piccola degli oggetti - la scala 1:1 - alla scala planetaria.

All'interno questa continuità e complessità di scale abbiamo deciso di concentrarci su due livelli:

· la micro scala che permette di vedere le cose un po' più da lontano rispetto l'edificio singolo, a livello cioè di progetto ambientale urbano approssimativamente in un continuum di scale che va dall'1:500 all'1:2000;

· la macro scala o scala ad area vasta che corrisponde all'incirca alla scala 1:50.000,

L’anno scorso abbiamo lavorato con gli studenti sulla scala micro studiando diversi tipi di tessuto urbano.

Iniziando il lavoro con gli studenti ho cominciato a pensare "disegnando" alla macroscala. Che struttura e forma dovevano avere i territori reali visti a livello di macro scala? A questa scala non sono importanti i dettagli: però nella rappresentazione vede che ci sono dei venti, degli spazi insediati, gli altri che riguardano la materia e l'energia, che ci sono masse verdi intercluse, aree forestali ecc. C'è insomma un ordinamento del territorio rappresentato come fosse visto attraverso un prisma in grado di rifrangere le componenti del metabolismo urbano (i flussi di materia, energia e informazione ai quali accennavo prima) (fig. 7).

 

 

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Analogamente comincio ad osservare la microscala (fig. 8)

 

 

 

 

Cosa succederebbe in un territorio più piccolo e limitato, in una trama urbana come l'Eixample di Barcellona (fig. 9) dal punto di vista dei flussi dell'energia dell'informazione e della materia: come si riconfigurerebbero tutti i fenomeni e i flussi che attraversano la città (che zone avrebbero di nuovo accesso al sole, come sarebbero gli spazi aperti, il traffico, eccetera)

 

 

 

 

Ecco dunque l'utopia: ho cominciato a far disegni delle diverse strutture urbane più o meno dense con l'idea che avrebbero potuto diventare autosufficienti prima di tutto dal un punto di vista energetico e poi, perché no, anche dai punti di vista dell'informazione e della materia. L'autosufficienza è sempre associata alla capacità di una struttura urbana di prevedere e controllare i cicli di vita dei flussi di materiali e di energia che entrano ed escono dalla struttura urbana che può quindi essere assimilata ad un ecosistema.

Un bel giorno mentre iniziavo a fare questi disegni ho cominciato a pensare e a discutere il tema dei tessuti urbani con amici urbanisti ed ecologi. Come potevo affrontare queste strutture urbane ad un livello di astrazione che permettesse di trovare le loro leggi di funzionamento e di sostenibilità propria senza definirne e fissarne la loro forma?

Mi spiego meglio. In alcuni periodi della storia la città è stata concepita come un qualcosa che aveva un limite dove si fermava e che al di là del limite (era la campagna. Una delle prime cose che ho pensato è che non c'è ragione di parlare e differenziare Città e campagna, città e non città, ambiente urbano e ambiente naturale.

Tutto quello che esiste sono diversi tipi di tessuti territoriali sui quali è intervenuta la mano degli uomini (nelle montagne come in mezzo al deserto del Sahara o nel centro di una città) per creare specifiche condizioni. Ci sono luoghi dove c'è maggiore o minore densità di energia, di materia e di informazione però non si possono separare e creare barriere fra città e campagna.

Potremmo dire che la soglia di città/campagna è una densità di popolazione (300 ab./ettaro) ma non ha alcun senso.

I tessuti urbani si possono caratterizzare con parametri più fisici come la forma, la dimensione degli elementi, gli indici fondiari di densità del costruito, o con parametri più socioeconomici come la densità delle persone delle attività della cultura ecc..

 

L’urbanistica moderna non ha mai affrontato il problema della qualità - anche ambientale - dei tessuti urbani: il problema centrale era quello di indovinare come sarebbero cresciute quantitativamente le città e come dare miglior forma a questa crescita. Questo approccio è caratterizzato da due errori.

Il primo è quello di pensare che potesse esserci crescita urbana senza decrescita di qualcos’altro; è importante invece pensare che la crescita di un tessuto è fatta a spese della decrescita di altri tessuti e delle risorse che li caratterizzano.

Il secondo, per me più grave, è stato quello di pensare che l'obiettivo della nostra società fosse solo quello di crescere. Essere più grandi - quindi crescere di dimensioni era ed, in parte, è ancora considerato un valore positivo indiscutibile.

Questo modello di crescita "senza limiti" ha trovato uno strumento attuativo

nelle teorie e nella pratica dello "Zoning" che dagli anni '20 fino ai nostri giorni hanno trattato il territorio come uno spazio relativamente indifferenziato e omologato suddiviso in zone ad usi specifici e delimitati (centro storico zona d'espansione, zona commerciale, industriale ecc..). Più si estendeva la zonizzazione più si aumentavano i flussi di persone, merci, energia e informazione.

All'interno di questa logica le zone protette e agricole sono state spesso utilizzate come riserva per la crescita urbana.

Ora questo modello è entrato in crisi anche per i limiti fisici e ambientali.

Partendo da questi concetti, ho cominciato a pensare il territorio in astratto per poi poterlo relazionare con le realtà locali. Ho concepito il territorio come un insieme di tessuti che si "agganciano" tra di loro, come un "patchwork" un grande patchwork con diversi tipi di tessuti che non sono statici ma si trasformano con diverse dinamiche di compressione e/o inglobamento che dipendono dall'aggressività" dei tessuti.

Il primo livello di analisi che abbiamo cominciato a fare nel Master dell'anno scorso è quello alla scala 1:500.

Abbiamo analizzato vari tipi di tessuto urbano per vedere come si comportavano dal punto di vista della materia, dell'energia e dell'informazione. Non si tratta di una analisi morfologica - cioè di analizzare quale sia la migliore forma della città - organica, concentrica o lineare - ma di vedere come i tessuti urbani esistenti possano funzionare meglio dal punto di vista della sostenibilità in rapporto ai flussi materia/energia (quanta energia e materia consumano, quanta energia possono generare e quanta materia è possibile riusare e riciclare).

Bisogna poi vedere cosa capita con l'informazione.

Il Secondo livello di analisi è quello della macroscala al 50.000 dove si vedono i diversi tipi di tessuti che interagiscono, che determinano gerarchie e vincoli di sostenibilità ambientale. A questo livello generale di approssimazione si riferiscono i primi disegni (figg.10,11) che rappresentano un insieme di tessuti che formano un territorio con dei limiti specifici che non sono fissi. AII'interno e fra questi tessuti si verifica tutta una serie di flussi (energia, informazione, persone e merci) che si propagano in forme diverse: lineare, a rete ecc.

 

 

 

 

In questi tessuti le infrastrutture (strade, ferrovie, reti elettriche ecc..) sono transcalari: alcune sono interne al tessuto, altre invece come, ad esempio, una linea del TGV, un elettrodotto ad alta tensione, un canale ecc. - attraversano i tessuti, li trasformano profondamente pur non facendone parte e senza spesso dare contributi al loro funzionamento.

 

 

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Le quattro leggi base del "trasporto" di flussi
Tutti i tipi di "trasporto" seguono le quattro leggi generali. E’ inutile cercare queste leggi nei libri di fisica o nei manuali di idraulica o elettrotecnica perché in un certo modo le ho unificate io partendo da leggi che sono uguali ma che le diverse discipline esprimono in modo diverso.

La prima legge è quella sulla quantità di flusso : per qualsiasi tipo di risorsa (traffico veicolare in una strada, elettricità in un cavo, gas in un condotto ecc.) la quantità trasmessa per unità di tempo è direttamente proporzionale alla sezione e alla velocità (fig.12).

 

 

 

 

La seconda legge è quella della resistenza al flusso. Quando dei corpi sono trasmessi in un condotto (strada, passaggio o altro) è necessaria una pressione o forza che li faccia circolare per vincere la resistenza del condotto. Le resistenze al trasporto dipendono da un coefficiente K che è funzione delle caratteristiche del condotto. Se è più o meno "rugoso" come caso di una strada se, a parità di Superfici ha tre o quattro corsie, ha o non ha semafori ecc.. La resistenza è proporzionale alla distanza d (più distanza, più resistenza e quindi più energia) e l'energia necessaria allo spostamento é proporzionale al quadrato dell'aumento di velocità; il che significa che per trasportare un corpo a velocità doppia c'è bisogno di quattro volte più energia (non del doppio).

Uno dei problemi delle nostre strutture urbane e sociali moderne è la fretta che esige una compressione dei tempi. Abbiamo perso il concetto del tempo che scorre, delle cose che maturano in maniera naturale col tempo; la fretta non ci lascia il tempo per pensare. Vogliamo sempre più informazione, ma non siamo in grado di trattarla perché non c'è tempo; l'azione incalza e non c'è tempo per pensare alle vie strategiche da percorrere per raggiungere un obiettivo; la fretta è aumento di velocità che determina maggior resistenza e quindi sempre maggior aumento di energia spesa per unità di prodotto (anche intellettuale).

La terza legge è quella del trasporto associato.

Quando "trasportiamo" risorse abbiamo sempre un qualcosa che trasporta e un qualcosa che è trasportato. L'esempio più chiaro per me, che mi interesso di energia e architettura, è quello dell'energia. Se voglio "trasportare" calore lo posso fare con l'acqua; prendo l'acqua, la riscaldo, la porto dove mi serve, metto un radiatore e l'acqua si raffredda cede calore e ritorna. Bisogna ricordare che l'acqua è un trasporto di materia definita che percorre un circuito chiuso, mentre l'energia termica (calore) è caratterizzata da un circuito aperto alimentato da differenze di temperature (da più caldo a meno caldo).

 

 

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Lo stesso capita per l'elettricità. Cede energia in base ad una differenza di potenziale. Quando c'è un trasporto associato ci sono sempre due fattori uno quantitativo e una qualitativo. Nel caso dell'elettricità il fattore quantitativo è la corrente che passa, la intensità o gli "ampere", mentre quello qualitativo sono i "volt" che sono la differenza di potenziale. L'energia che trasporto espressa in "Watts" è il prodotto degli 'ampere" per i volt".

Il fattore quantitativo è quello che obbliga a dimensionare il condotto. Il filo elettrico è più o meno grosso a seconda della resistenza seguendo la legge sopra accennata. Il fattore qualitativo non obbliga a dimensionare il cavo ma tuttavia è l'insieme dei due fattori che determina la quantità di energia trasportata.

La quarta legge è quella dei limiti di rischio.

Quanto detto ha una conseguenza molto importante: il fattore qualitativo ha dei limiti che sono legati ai limiti di rischio.

Vediamo cosa significa.

Nel caso dell'elettricità quando ho un impianto con cavi di una certa dimensione per questi passa una certa quantità di ampere, e ho una quantità di energia elettrica massima erogata che è fissa; se si vuole più energia elettrica (ad esempio per alimentare nuovi elettrodomestici) posso agire sul fattore quantitativo o su quello qualitativo. Se aumento gli ampere ho bisogno di cavi più grossi e quindi sono costretto a cambiare gli impianti individuali e le linee elettriche. Se invece cambio il voltaggio, ad esempio da 120 a 220 V. aumento molto l'energia trasportata mantenendo le stesse reti. E quanto hanno fatto le compagnie elettriche molti anni fa.

Un ragionamento analogo è stato fatto per le reti del gas. A Barcellona avevamo il gas di città con un fattore qualitativo - il potere calorifico - di 4.500 Kcal/mc e un fattore quantitativo dato dai metri cubi distribuiti dalla rete. La rete del gas aveva condutture di una certa sezione che distribuivano per tutta la città. Alla richiesta di aumento di erogazione di gas negli anni '60 la compagnia del gas che doveva fare? Forse agire sul fattore quantitativo e cambiare tutta le rete delle conduzioni? Troppo costoso. La Compagnia ha mantenuto la stessa rete immettendo gas naturale che ha un potere calorifico tre volte superiore. Gli stessi metri cubi trasportati però con un fattore qualitativo molto più alto.

Nel giro di poco tempo alcuni edifici hanno cominciato ad esplodere. E’ chiaro che l'aumento del fattore qualitativo porta con sé un aumento di rischio.

Lo stesso si può dire per l'aumento di voltaggio; un incidente con una apparecchiatura alimentata da corrente a 220 V ha generalmente conseguenze molto più gravi di quelle derivanti dallo stesso incidente con l'apparecchiatura alimentata con corrente a 125V.

Questa digressione sembra ci allontani molto dai problemi della città, ma non è vero. Queste quattro leggi del trasporto, essendo molto generali, sono invece molto pertinenti ai problemi della sostenibilità urbana per analizzare come funzionano i flussi di materia, energia informazione.

Nei tessuti territoriali attuali non si producono barriere fisiche precise (qui finisce un tessuto e ne comincia un altro come ad esempio tra il centro antico e l’Eixample a Barcellona) ma i tessuti si mescolano e si confondono, entrando in competizione tra di loro.

Un esempio paradigmatico nell'area metropolitana di Barcellona è quello della piana del "Baix Llobregat". Il Llobregat è un fiume che scorre a destra di Barcellona formando una piana e un piccolo delta dove erano storicamente concentrate colture orticole. I terreni agricoli erano molto redditizi e l'area alimentava di ortaggi e di altri prodotti alimentari Barcellona che, almeno dal questo punto di vista, era sostenibile.

Da alcuni anni la piana è stata progressivamente occupata dall'aeroporto e da altri insediamenti prevalentemente industriali.

Ora si sta diffondendo l'idea di conservare la piana come ecosistema naturale e produttivo visto che la pressione immobiliare la sta rendendo completamente insostenibile perché il prezzo al mq del terreno edificabile è dieci volte superiore a quello agricolo.

E’ chiaro che le regole dello sviluppo e i meccanismi di autocontrollo e autoregolazione sono stati completamente stravolti.

Analogamente ai prezzi dell'energia anche i prezzi dei suoli non riflettono i reali costi.

Non parliamo del valore economico per il proprietario o l'acquirente, ma del valore reale in termini ambientali e culturali per la società. Il compito importante ora è di proteggere questi tipi di tessuti deboli perché quando entrano in competizione con i tessuti forti vicini vengono "colonizzati" in diverse forme.

 

 


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