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Progetto utopia: ambiente urbano e sostenibilità
Verso un nuovo modello di città
di Rafael Serra Florensa
Da poco più di
un anno sto pensando all'Utopia urbana perché da un lato il modo di vivere nelle nostre
città non è molto piacevole, dall'altro la loro impronta ecologica - cioè il territorio
equivalente sparso nel mondo, prevalentemente nel "terzo mondo", che ne mantiene
il metabolismo in termini di flussi di materia-energia - è continuamente aumentata fino
ad essere ora centinaia di volte più grande dell'area urbana.
Cambiano le scale; a titolo di esempio la prima potrebbe essere una scala 1:100; la seconda all'incirca una scala 1:500 o 1:1000, la terza una scala al cinquantamila o anche al cinquecentomila. Sono scale che progressivamente vedono l'ambiente fisico da più lontano. A tutte queste scale tuttavia continuano ad esserci il sole, il vento e gli altri elementi ambientali. Risulta però che i fenomeni osservati non sono per nulla uguali alle diverse scale anche se gli agenti ambientali sono sempre gli stessi.
A partire da questa osservazione comincio a pensare che bisognerebbe vedere il territorio in maniera diversa. Non si può pensare il territorio come una aggregazione di piccole architetture che si stanno moltiplicando né tanto meno come fanno molti urbanisti che pensano il territorio come un insieme di insediamenti e di traffico suddiviso in zone diverse. Bisogna pensare ambientalmente il territorio così come abbiamo pensato ambientalmente altre cose, gli edifici.
Il modello della città medioevale.
Ricordo qui il caso di Bologna dove fino a poco tempo fa - circa 30 anni - ancora si coltivavano gli orti urbani e si vendevano nei rioni le verdure coltivate nel posto. Un tempo, certamente prima che le automobili invadessero le isole verdi all'interno delle case e dei lotti questi grandi spazi verdi erano tutti utilizzati come giardini, orti e frutteti anche per produrre vegetali e frutta che venivano vendute nei mercati rionali. Quando si va per strada non si vede vegetazione perché non ci sono strade alberate. E una città molto curiosa nella quale la maggior parte degli edifici (seguendo statuti comunali medioevali) coprono la strada formando portici di grande dimensione; per questo si dice che è la città più porticata d'Italia e che si possa andare quasi in ogni luogo a riparo dei portici senza bagnarsi. Dunque quando si cammina a Bologna la strada è limmagine meno legata alla vegetazione che si possa immaginare, però dietro la cortina degli edifici si estendono ampi spazi verdi interclusi e la città medioevale poteva automantenersi (o quasi) dal punto di vista della produzione alimentare. Ora non è più così; la città medioevale manteneva una forma dove l'equilibrio tra costruito e spazi pubblici e verde sostenevano contatti, relazioni, produzione alimentare, buon accesso al sole ecc.. tutta una serie di aspetti che la rendevano una città sostenibile per le condizioni di vita e di consumo di quell'epoca. La città medioevale sostenibile ha dimostrato di essere un tipo di struttura urbana che funzionava quando le condizioni sociali non mutavano (o mutavano poco) perché essendo limitata fisicamente e legata ad un modello sociale poco dinamico non era una struttura flessibile e non aveva capacità di adattarsi.
Città come ecosistema Io continuavo a fare disegni pensando di volta in volta alle relazioni che si potevano stabilire tra gli edifici e i loro interni e oltre a queste relazioni cominciano a verificarsi flussi delle tre componenti fondamentali di qualsiasi ecosistema: la materia, l'energia e l'informazione. Noi architetti ci intendiamo molto di materia; siamo abituati a lavorare con la materia. Immaginiamo l'architettura e il mondo attraverso la materia. Comprendiamo e sappiamo lavorare meno con l'energia benché essa sia presente in tutta la nostra architettura e l'architettura senza l'energia non esisterebbe anche solo perché non potremmo vederla. Quando lavoriamo pensiamo attraverso elementi materiali, costruzioni, ecc. Pensiamo molto poco e, comunque, molto indirettamente al tema dellinformazione. Di recente la situazione è un po' cambiata: sotto la spinta delle preoccupazioni per i temi ambientali e della sostenibilità, abbiamo elaborato un corpo di conoscenze abbastanza esteso sui temi energetici in architettura, mentre sui temi del ciclo di vita dei materiali ci sono molti studi ma le conoscenze sono per ora sedimentate. Sul tema
dell'informazione si sa poco. Questa città è composta da materia, energia e informazione. Ci sono luoghi dove c'è più densità di materia, luoghi dove c'è più di energia, luoghi dove c'è più densità di informazione e ci sono dei nuclei più grandi di informazione che danno più forza (potenza) alle strutture urbane. Sempre più queste quantità di materia, energia e informazione si trasportano, vanno da un luogo all'altro. Tutti questi flussi sono fondamentali per il funzionamento dell'ambiente costruito alle scale (figg.4,5). Bisognerebbe studiare bene questi flussi rappresentati nel disegno (la materia in nero, l'energia in rosso e l'informazione in lilla) per vedere diverse scale di edifico, di città, di territorio e via fino alla scala planetaria come si producono e che risorse muovono.
La prima intuizione che ci viene in mente è che bisogna certamente minimizzare i flussi di energia e di materia rispetto a quelli che abbiamo ora (fig.6).
Abbiamo un eccesso di trasporto di materia e di trasporto e distribuzione di energia. La nostra struttura socioeconomica ci ha portato a concentrare beni per poi distribuirli. Evidentemente la concentrazione è potere e ci sono senzaltro ragioni sociopolitiche ed economiche dietro questo tipo di funzionamento delle strutture urbane. Gli ecosistemi naturali (come un bosco, un sistema umido ecc.) funzionano normalmente con modelli verticali; il trasporto di materia, energia e informazione si verifica generalmente in senso verticale: da monte a valle, dalle falde sotterranee a quelle superficiali che sono in contatto con il suolo, il vento ecc. Le nostre strutture artificiali hanno diffuso in maniera eccessiva il trasporto orizzontale che influenza negativamente lambiente perché è chiaro che se si minimizza il trasporto di energia e materia si migliorano le condizioni ambientali. E meno noto che anche leccessivo trasporto di informazione può' produrre condizioni di inquinamento informativo anche se negli ultimi anni qualche voce si è levata in questa direzione. Siamo passati infatti da una società "disinformatizzata" come quella medioevale che non aveva quasi comunicazione interlocale perché non esistevano sistemi di trasmissione della comunicazione accessibili a tutti, ad una società sovrainformatizzata. Abbiamo assunto in modo acriticamente positivo il paradigma del buon funzionamento sociale dell'informazione e quindi facciamo in modo che l'informazione cresca in tutti i suoi aspetti e che sia disponibile a tutti. Questo assunto della crescita continua non funziona perché esistono limiti di efficienza negli scambi informativi anche se non sono facili da determinare. L'eccesso di informazione si converte in rumore che impedisce di ricevere l'informazione che interessa. Un processo analogo che si è già verificato con lenergia. Le società che hanno preceduto quella industriale erano sostenute quasi esclusivamente dall'energia muscolare e da quella proveniente da fonti rinnovabili. L'introduzione di enormi quantità di fonti non rinnovabili ha radicalmente cambiato le condizioni di crescita materiale di e di elaborazione di informazione dei paesi occidentali. Questa tendenza al crescente consumo di energia ha però dei limiti ambientali che sono emersi negli ultimi decenni. Sono i limiti legati al modello di sviluppo occidentale: le nostre strutture urbane consumano energia in quantità tale che non sarà più sopportabile dal nostro pianeta in particolare pensando di estendere la tendenza alla crescita dei consumi a tutto il pianeta.
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